La storia di San Venanzo

San Venanzo

di Luana Pioppi
SAN VENANZO – Un plastico del vecchio castello ed un libretto che racconta la storia di San Venanzo, realizzato dal Giancarlo Busti in collaborazione con la Pro Loco locale, sono stati presentati alla cittadinanza nei giorni scorsi. Poche pagine, corredate di molte immagini, che descrivono come è nato il paese ternano.

La storia di San Venanzo, riportata dal libretto, ha origini molto antiche. I resti (come buccheri, bolli e ceramiche) rinvenuti nei siti archeologici della dorsale Civitella dei Conti – San Venanzo – Poggio delle Civitelle e custoditi nel locale Museo Vulcanologico testimoniano la presenza di insediamenti umani sul Peglia già nei primi secoli ac. È molto plausibile che nel periodo di massimo splendore della città etrusca di Velzna e della sua successiva trasformazione in Urbe Vetus, scaturita dalla dominazione romana, il territorio sanvenanzese abbia svolto, proprio per la città di Orvieto, una preziosa funzione di avamposto collinare per il controllo del traffico di olio, vino, armi e terrecotte verso il versante del perugino e del Trasimeno.

Se del periodo etrusco-romano restano solo poche tracce, molto più documentato e visibile è invece il ruolo svolto dal castello di San Venanzo nel periodo Medioevale e nell’Alto Medioevo insieme a quello dei castelli di: San Vito, Poggio Aquilone, Civitella, Rotecastello, Collelungo e Ripalvella i quali segnarono uno spartiacque perennemente conteso fra le rivali dominazioni di Orvieto, Marsciano, Perugia e Todi.

I primi documenti scritti che riguardano il castello di San Venanzo sono stati ritrovati nel Codice Diplomatico della città di Orvieto a partire dal 1200. Da un atto del 1295 risulta ad esempio che la popolazione rifiutò di eleggere a proprio amministratore il Visconte designato da Orvieto. Fonti storiche certe testimoniano infine che dal 1394 San Venanzo fu feudo di Monaldo Monaldeschi e che nel 1437 il Castello, dopo l’ennesimo rifiuto di adempiere ai propri doveri fiscali, venne totalmente distrutto “ob rebellionem contra Sdn, contra totam patriam et contra civitatem”. La struttura, nel successivo periodo dell’Alto Medioevo, venne riedificata e restituita alla sua funzione di presidio territoriale ma rafforzò anche la propria economia estendendo la coltivazione dei terreni agricoli circostanti. Durante lo Stato Pontificio, nella prima metà del settecento un’altra grande Famiglia, quella dei Faina, irrompette all’improvviso nella vita del Castello di San Venanzo apportando sconvolgenti cambiamenti all’economia del territorio e mettendo però di fatto le basi per la distruzione del castello medesimo.

Dal capostipite Filippo (fine XVII secolo), imprenditore edile originario di Montegabbione, all’avido Angelo (1759-1843), al lungimirante Venanzo (1787-1868), un’accorta strategia di matrimoni di interesse diede luogo a una mirata politica di investimenti per l’acquisto di terreni agricoli, praticamente a prezzo di svendita, dallo Stato Pontificio per renderli poi fertili e produttivi con grandi opere di bonifica. Tutto questo consentì ben presto ai Faina di acquisire il titolo nobiliare di Conti di Civitella (1848) e di ottenere con il Conte Zeffirino Faina (1826-1917), in un primo momento, la mano della nipote di Napoleone Luciana Bonabarte Valentini e poi il titolo di senatore del Regno d’Italia in virtù dei meriti patriottici acquisiti nelle lotte risorgimentali del 1859 a Perugia. Al nipote Eugenio Faina (1846-1926), figlio del fratello Claudio (1812-1874) ucciso dai briganti, si deve invece la bonifica delle tenute di Spante e San Venanzo e le grandi innovazioni messe in atto insieme dallo Zio con l’introduzione dei primi vigneti sperimentali di Collelungo, la fondazione della Facoltà di Agraria di Perugia e la diffusione sul territorio nazionale delle scuole agricole Faina.

I grandi sconvolgimenti del ‘900 con la prima guerra mondiale, il fascismo, la seconda guerra mondiale ed il boom dell’epoca d’oro dell’industrializzazione hanno spazzato via definitivamente i nobili di allora e la civiltà contadina che faceva loro da cornice. Dopo esserne stati esclusi per ottantanni nel 1964 i cittadini di San Venanzo sono tornati padroni della propria acropoli con l’acquisto della Villa ed hanno finalmente libero accesso ai giardini e alle stanze del palazzo divenuto nel frattempo sede del Comune. Il Castello invece non esiste più forse neanche nella memoria dei più anziani. Agli attuali sanvenanzesi non resta perciò che far ricorso al prezioso aiuto della Storia. La custodia di quelle tracce è infatti la sola possibilità che essi hanno di rendere giustizia al torto delle distruzioni subite perché è inaccettabile che debba essere demolito, insieme alle mura e alle porte, anche il ricordo delle proprie radici.

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